Quella dell’informatica forense è un’area di interesse scientifico, tecnico e giuridico. Negli ultimi anni la stessa ha visto una grande crescita di interesse e di addetti. In conseguenza alla diffusione sempre più capillare di dispositivi digitali e di archiviazione dei dati, si è data la necessità per il legislatore di definire quando e in quali condizioni una prova digitale possa avere valore giuridico. Nonchè le professionalità e procedure che possono garantire la validità delle prove in un tribunale.
In questo articolo cercheremo di fornire informazioni di base per chi si avvicina a questo argomento e sottolineare la necessità di lavorare con esaminatori forensi certificati. Partiamo da una definizione.
Cosa si intende per informatica forense
L’informatica forense consiste nell’applicazione di tecniche di indagine e analisi per raccogliere e conservare prove, da un particolare dispositivo informatico. L’obiettivo finale è renderle adeguate alla presentazione in un tribunale. Il focus dell’informatica forense è eseguire un’indagine strutturata mantenendo una catena di prove documentata per scoprire esattamente cosa è successo su un dispositivo informatico e chi ne è responsabile.
Gli analisti forensi in genere seguono una serie di procedure standard. Dopo aver isolato fisicamente il dispositivo in questione per assicurarsi che non possa essere contaminato accidentalmente, fanno una copia digitale del supporto di memorizzazione del dispositivo. Una volta copiato il supporto originale, lo stesso viene messo al sicuro in cassaforte o in un’altra struttura protetta per mantenerne le condizioni originarie. Tutte le indagini vengono eseguite sulla copia digitale.
Gli analisti utilizzano una varietà di tecniche e applicazioni forensi di software per esaminare la copia, cercare cartelle nascoste e spazio su disco non allocato per copie di file eliminati, crittografati o danneggiati. Qualsiasi prova trovata sulla copia digitale è accuratamente documentata in un rapporto e verificata con l’originale in vista di procedimenti legali che implicano scoperte, deposizioni o controversie legali.
Se pensiamo alla costante diffusione dei dispositivi di archiviazione dei dati nelle vite di tutti noi, dagli ambiti lavorativi a quelli privati, intuiamo l’importanza che questa attività riveste oggi.
L’informatica forense, infatti, è diventata una specifica area di competenza scientifica, con corsi di abilitazione e certificazioni per i laboratori che se ne occupano.
La prova digitale giuridica

Nel corso del tempo, la giurisprudenza ha definito più volte cosa si intenda – in concreto – per prova digitale e tra queste ne vogliamo menzionare due. La prima è stata formulata dall’International Organization on Computer Evidence (IOCE) secondo la quale una electronic evidence “è un’informazione generata, memorizzata e trasmessa attraverso un supporto informatico che può avere valore in tribunale”. La seconda definizione è stata adottata dallo Scientific Working Group on Digital Evidence (SWGDE) secondo la quale costituisce una digital evidence “qualsiasi informazione, con valore probatorio, che sia o meno memorizzata o trasmessa in un formato digitale”.
Rientrano in queste definizioni anche i dati in formato analogico. Ad esempio, audio e videocassette, pellicole fotografiche e telefonate su rete pubblica. Queste fonti possono diventare prove perché è possibile digitalizzarle. Ciò vale anche se i dati non nascono originariamente in formato digitale.
I principi fondamentali dell’informatica forense
Con la legge n.48 del 18 marzo 2008, il legislatore introduce l’informatica forense nel nostro ordinamento. La norma disciplina aspetti fondamentali legati alla gestione delle prove digitali. Le prove digitali sono infatti volatili, fragili e facilmente alterabili. Il legislatore adotta un approccio prudente senza definire procedure operative dettagliate. Tuttavia, pone l’attenzione su due principi fondamentali:
- la corretta procedura di copia dei dati utili alle indagini;
- la loro integrità e non alterabilità in sede di acquisizione.
La violazione di questi principi compromette la validità delle prove. Può inoltre danneggiare la credibilità dell’analista e del laboratorio forense.
In cosa consiste un’analisi forense
Le analisi forensi richiedono rigore assoluto e personale qualificato e abilitato. La procedura standard passa attraverso varie fasi:
- Individuazione: l’analista esegue un sopralluogo e cataloga tutte le evidenze rilevanti. Successivamente, isola i reperti per impedire interazioni con l’ambiente esterno;
- Acquisizione: l’analista opera sui reperti garantendone l’assoluta inalterabilità. Di norma, crea una copia “bit a bit” del supporto analizzato. Questa copia prende il nome di “bit stream image”. L’analista lavora sulla copia, preservando sempre il reperto originale;
- Analisi: l’analista esamina in modo approfondito i dati presenti nel reperto. In ambito civile e penale, recupera dati cancellati, crittografati o alterati. Proprio nella ricostruzione dei dati emergono spesso le prove decisive.
Queste fasi devono essere accompagnate da una completa ed esaustiva documentazione di quanto fatto nelle singole fasi. Il processo di documentazione, infatti, risulta fondamentale per garantire una corretta gestione della catena di custodia dei reperti.
La raccolta dei risultati
A conclusione del processo di analisi, l’analista raccoglie il risultato della sua attività in una relazione quanto più possibile dettagliata, corredata da documentazione fotografica o video che mostra tutte le fasi di lavoro con lo scopo di fornire un quadro il più completo possibile. Solo in questo modo – in ambito giuridico – si riesce a garantire la validità delle analisi effettuate.
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